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GIANLUIGI MARIA MASUCCI

CONIUNCTIO OPPOSITORUM

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CONIUNCTIO OPPOSITORUM


Gianluigi Masucci, La congiunzione degli opposti 

di Andrea Maglio

La vicenda millenaria di Napoli e stata indagata sotto molti punti di vista e soprattutto le diverse discipline storiche ne hanno evidenziato taluni aspetti con il metodo proprio degli studi scientifici. Immergersi nella complessa realtà del centro antico di Napoli per rileggerne il senso puo quindi sembrare un’operazione fin troppo ambiziosa per un artista. Gianluigi Masucci si pone invece all’ascolto di tale contesto dopo averlo studiato attentamente ma riuscendo a superare il dato intellettivo per porsi in “immediata” empatia con i luoghi.

Il progetto La congiunzione degli opposti nasce con il ritorno a Napoli, sua città d’origine, dopo anni trascorsi all’estero, e comporta un simbolico ricongiungimento con la sua anima più intima; in questo egli e aiutato dalla possibilità di occupare uno studio nella corte di palazzo Filomarino. Tale ricongiungimento non avviene in maniera astratta e superficiale, ma attraverso uno studio approfondito delle vicende storiche, della crescita urbana, del sostrato geologico, dei culti pagani e cristiani e del patrimonio culturale attraverso strumenti molto diversi tra loro, quali la cartografia urbana, gli studi storico-architettonici e storico-urbani, la lettura di antichi manoscritti, l’araldica, le ricerche sull’elettromagnetismo, ecc. Ribaltando la vulgata secondo cui la conoscenza non sarebbe necessaria per una libera percezione dei luoghi, tale approfondita fase analitica e invece ritenuta propedeutica per entrare in un’altra fase fondata invece su una autentica consonanza emotiva. La comprensione della realtà materiale da un lato e dell’immaginario dall’altro predispone alla percezione dell’invisibile.

La scelta di palazzo Filomarino quale esempio perfetto per il progetto de La congiunzione degli opposti non e ovviamente casuale, sebbene, come spesso accade, un certo margine di casualità abbia informato tale scelta. Lo studio dell’artista, che affaccia direttamente nella corte dell’edificio ed e in contatto visivo con la strada, incuriosisce visitatori, turisti e curiosi, spingendoli ad entrare nella corte e a comprendere il rapporto spaziale tra Spaccanapoli e i palazzi storici che la delimitano. Qui prende forma l’idea del “Punto magnetico per l’arte contemporanea”, un luogo legato alla memoria storica e alle geometrie urbane anche in virtù di quei rapporti sottesi alla realtà fenomenica che Masucci rileva. Il magnetismo e un fenomeno fisico per cui alcuni materiali acquisiscono una capacità di attrazione, cosi come il laboratorio dell’artista, che allo stesso diviene un presidio urbano e un luogo di dialogo e discussione, attrae il visitatore polarizzando gli sguardi su quanto si cela oltre la superficie. Tale e il senso del luogo dove il progetto e presentato e dove trova un punto di partenza: lo studio dell’artista, concepito quale struttura aperta, in osmosi con i flussi

continui di persone ed energie che si muovono all’esterno, con le radici nella memoria del luogo e proiettato verso la contemporaneità.
Il centro antico di Napoli si rivela caratterizzato non da un unico genius loci ma da multiple identità, che emergono come canti sussurrati che l’orecchio dell’artista si allena a sentire. Gianluigi Masucci congiunge alcuni punti focali sulla planimetria del centro antico napoletano ottenendo una composizione geometrica come sommatoria di piùtetraktys pitagoriche. In tal modo la pianta della città si confronta con uno strumento di lettura apparentemente estraneo con lo schema ippodameo di Neapolis, ma in realtà in intima relazione con gli oggetti e con la scala urbana. I punti di congiunzione dello schema geometrico che ne risulta individuano infatti dei luoghi in cui si condensano storie, architetture, opere d’arte, ma anche “energie”. Questa “rimappatura” della città lega strettamente il fenomeno con il noumeno, con l’essenza nascosta degli oggetti. Accanto a questa operazione di rilettura dei tracciati, l’artista ne esegue un’altra, del tutto complementare alla prima: su un foglio bianco, senza filtri ma solo ascoltando la città, egli disegna una nuova mappa ideale, immaginaria ma verosimile, che graficamente richiama le carte storiche e che nasce da una sorta di “scrittura automatica” involontaria. Ricorrendo a una metodologia che gli e propria, adottata già in passato in diverse performances artistiche, sottoponendosi ad un notevole sforzo – mentale ma anche fisico –, l’artista riesce a rendere il corpo un tramite tra le energie sottese ai luoghi e la loro raffigurazione simbolica. Questo approccio energetico e fisico alla creazione artistica si lega anche agli studi sulla funzionalità del cervello e sulle differenze tra l’emisfero destro e quello sinistro: lo studio-laboratorio di palazzo Filomarino funziona allo stesso modo, con i disegni sul lato destro e il materiale di studio su quello sinistro, mentre in corrispondenza del lobo occipitale, ossia sul fondo dell’ambiente, laddove il cervello produce e riceve immagini e segnali visivi, e proiettato un video con la sovrapposizione di immagini della città, delle sue carte storiche e delle opere dell’artista.

Questo luogo capace di catalizzare le energie, restituendole sotto altra forma, si inserisce nel disegno urbano complessivo. I punti di congiunzione delle tetraktys individuano infatti luoghi carichi di significati, in cui si concentrano gli elementi energetici. Il percorso del progetto inizia proprio con palazzo Filomarino, dove la memoria della presenza di Benedetto Croce ispira un progetto installativo ad hoc. La geometria perfetta della corte del palazzo, la sua posizione nella mappa e la sua affascinante storia sono tutti elementi che devono tornare al pubblico sia in forma intelligibile, attraverso materiale di lettura e video, sia in forma di energia sottesa, tramite l’installazione. Lo stesso procedimento e adottato a San Domenico Maggiore, dove la presenza storica più significativa e quella di Giordano Bruno e della sua contractio mutuata dalla filosofia di Niccolo Cusano. Ancora, la chiesa di San Paolo Maggiore, con le sue colonne romane inglobate nella facciata, offre un perfetto esempio di contaminazione tra paganesimo e cristianesimo, laddove le figure di Pietro e Paolo raffigurate sulla volta affrescata da Massimo Stanzione si sovrappongono a quelle di Castore e Polluce, i Dioscuri del tempio da cui provengono le colonne. Questa struttura duale diviene l’invisibile traccia che rimanda alla memoria del luogo, alla sua storia e agli studi scientifici che ne hanno sottolineato l’importanza e il valore.

Quelli citati sono solo alcuni degli esempi di come la realtà immanente e quella

trascendente sono riconnesse attraverso progetti site-specific che nel loro insieme restituiscono la complessità, la stratificazione e la ricchezza del patrimonio artistico e culturale del centro antico napoletano. Le installazioni pensate per questi luoghi rimandano all’aspetto intangibile operando attraverso dei laser, che focalizzino l’attenzione su determinati punti dello spazio e che disegnino una rete coerente di segni. La luce in questo modo non solo risemantizza il patrimonio esistente e fin qui conservatosi, ma richiama anche quello danneggiato e solo parzialmente leggibile o quello del tutto scomparso. L’installazione contemporanea non si sovrappone all’antico ma diviene funzionale all’interpretazione dei suoi valori spaziali, assecondandone l’animus e fornendo uno sguardo “altro”.

Il “Punto magnetico per l’arte contemporanea” si fonda proprio sull’idea che un progetto artistico possa e debba fondarsi sulla conoscenza e sull’ascolto della città, delle sue storie e delle sue pietre. Con La congiunzione degli opposti, nato in questo inedito concept-space, Gianluigi Masucci parte da una lettura attenta e appassionata della storia dei luoghi, prima guardando alla città nel suo insieme, per poi immergersi nella realtà di alcuni frammenti urbani, riuscendo a “sentire” quello che non e visibile. Come un diapason che vibra generando una nota su cui si accordano tutti gli strumenti, il suo sguardo ci induce a valicare i confini del noto e del consueto e ad “accordarci” con lui per percepire le tracce latenti di quei luoghi. 

22 settembre 2019 / PROLOGO. CAMPUS (link)