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GIANLUIGI MARIA MASUCCI

BIOGRAFIA

BIOGRAFIA

Gianluigi Maria Masucci, artista visivo, nato a Napoli nel 1981, utilizza diversi supporti, tra cui la pittura, il disegno, la videoarte e l’installazione. La sua conoscenza dell’arte si è arricchita nel tempo, attraverso la combinazione di studi in architettura, teatro e new media art. Il suo campo d’indagine è il rapporto tra territorio, spazio di lavoro e corpo. 

La ricerca di G.M. Masucci si svolge attraverso pratiche artistiche quotidiane che partono dall’osservazione di un soggetto, e sono dirette alla creazione di un universo multimediale che deriva dalla combinazione dei materiali raccolti dalla realtà (Archivio) e/o dal suo corpo fino a produrre un segno originale e condensato che contiene in se i fattori essenziali, nascosti, primigeni del soggetto.

La specificità del lavoro che trova la sua origine nell’indagine e nello studio dell’energia, il movimento nelle sue manifestazioni visibili e invisibili, i processi attraverso cui essa si esplica nel corpo, nel tempo e nello spazio, materiale e trascendentale, attraverso il movimento e la stasi, generando tracce, segni e simboli. Dall’osservazione deriva un flusso continuo che alterna concreti materiali (inchiostri, smalto, grafite) e la fluidità dei supporti digitali.

I suoi lavori sono stati presentati in musei, fondazioni e spazi espositivi tra cui il MEP (Maison Européenne de la photographie), Topographie de L’art-Paris, Analix Forever Gallery-Ginevra, Care of DOCVA-Milano, Fondazione Merz-Torino, Madre Museum e Palazzo delle Arti di Napoli (Pan Museum) -Napoli, Ionion Center for the Arts and Culture. Kefalonia. Greece, Station Beirut-Beirut, Castello svevo-Bari. E’ rappresentato dalla galleria Analix Forever di Ginevra.

Flussi


di Giorgio Verzotti


Credo che uno dei lavori seminali di Gianluigi Masucci sia Memorie del 2015: nella strada vicino a casa, a Napoli, vede i lenzuoli appesi ai balconi che si muovono al vento, si mette proprio sotto di essi e guarda in su, cogliendo in questo aspetto assolutamente consueto dello scenario urbano uno stimolo. Realizza quindi un video che riprende lo stesso punto di vista, e offre la visione diretta, quasi in tempo reale, di un’immagine forte proprio perché colta direttamente dalla realtà più dimessa.
Quelle lenzuola sono arte trovata, declinata ai minimi termini e per di più proposta nella virtualità di una sequenza video, ma un artista in esse ci può vedere di tutto, il panneggio della grande pittura classica, le pieghe del marmo della scultura barocca. Masucci però non coglie tanto la suggestione iconologica, non è l’immagine in se’ che lo colpisce, è piuttosto la sua energia. Tutto il lavoro artistico a cui si dedica da quel momento cercherà di tematizzare l’energia che emana da tutte le cose, anche quelle inanimate, e a maggior ragione da quelle animate: più o meno da questo momento il banco di prova privilegiato sarà il corpo stesso dell’artista. Il principale motore, diciamo, perché Masucci comincia a praticare quello che meglio sa fare, usare le mani per disegnare e dipingere, quello che ha imparato in Accademia, o magari da suo padre pittore.

Parte dall’immagine ma nello stesso tempo si lascia prendere dall’energia del corpo e si dedica a una sorta di scrittura automatica che produce segni in continuazione, a volte ininterrottamente a volte con ritmo discontinuo (come dicono Deleuze e Guattari all’inizio dell’Anti-Edipo). Si, diciamo che l’artista qui diventa una macchina desiderante, diventa lui stesso il flusso energetico che i segni significano. Nei momenti di distacco, elabora questi segni nel senso che ne ferma alcune sequenze e le amplifica, attraverso la proiezione video, a livello di ambiente. Presto dall’immagine/segno si passa al segno astratto, scritturale, dato con le due mani, destra e sinistra (ordine e disordine?) come in una sorta di dripping grafico, su grandi fogli di carta stesi a terra. Il fatto è che i segni ricordano il baluginio dell’acque corrente, e all’acqua, alla sua evocazione, è infatti dedicato gran parte del lavoro di Masucci. Acqua corrente, non stagnante, flusso liquido, energia. Fotografie e video di corsi d’acqua, ma soprattutto disegno, nei termini che abbiamo descritto e che iniziano a diventare azione in tempo reale, performance agita davanti a un pubblico.

A Ginevra dove si è trasferito per ragioni personali ha trovato uno studio proprio accanto al fiume; in terra straniera, per così dire, è interessante che abbia lavorato specialmente su questo elemento, fluido, imprendibile, quasi immateriale, che ispira una forma espressiva atona (segni bianchi su nero), molto impegnativa sul piano psicofisico ma per cosi dire astratta, come se gli “astratti furori” di Vittorini diventassero appunto fluire ecolalico, pre-lingua (se non proprio linguaggio).

Tornato a Napoli le cose un po’ cambiano; nella sua città non è più questione di astrarsi, al contrario: l’artista da straniero che era ritrova il proprio Oikòs, la casa, il luogo che più ha concorso a definirlo come soggetto. Non più avulso da un contesto, Masucci si pensa da ora come prodotto storico: prodotto della città che lo ha visto nascere, la città intesa nelle sue stratificazioni storiche che sono anche piscologiche, antropologiche, memoriali, che sono anche flussi elettromagnetici, ci dice esplicitamente l’artista, sono dunque e ancora energia. Per questo fa ricerca sul visibile e l’invisibile, sulla città e il suo sottosuolo, su ciò che si vede depositato dalla storia e ciò che sta ancora nascosto sottoterra; riscopre il passato remoto e prossimo e ne dà una sua lettura.

Si crea uno studio-antro nel cortile di un palazzo nel centro storico di Napoli dove lavora (su un soppalco) ed espone in permanenza un grande video, la cui luce si riflette sulla strada e tacitamente invita le persone ad entrare. Espone anche progetti, che riguardano installazioni/performance dove è prevista la partecipazione del pubblico. L’artista ritrova la sua storicità e tramite questa apre a un rapporto più pregnante col pubblico, in primis quello con cui condivide un’appartenenza ma potenzialmente con tutti.
Traccia mappe e delimita zone, collega idealmente i due obelischi di Piazza San Domenico e di Piazza del Gesù Nuovo, su questo tratto, che si identifica con via Benedetto Croce dove sorge il suo studio, delinea due triangoli dalla base in comune e i cui vertici cadono a Nord e a Sud, decide che al centro di quella zona deve svolgersi un evento. Costruisce un braciere in ferro battuto. Ai vertici della figura che adesso è un rombo ci saranno dei fuochi mentre dal suo centro si dipartirà un lungo fascio luminoso verticale. Smaterializzazione, elevazione, energia. C’è qualcosa di rituale in questo, il fascio al cielo evoca gli obelischi barocchi costruiti come ex-voto dopo un terremoto e una pestilenza, il fuoco nel braciere rimanda a riti arcaici.

Nel bel mezzo della via formicolante di persone, quelle che assistono, quelle che partecipano (tutti stati invitati a bruciare nel fuoco loro personali oggetti votivi), quelle che neanche guardano.

Il rito, l’azione con risvolti echeggianti pratiche votive, comporta la collettività e la festa, si esprime con l’immaterialità di fuoco e luce, ma ha anche bisogno della fisicità di un luogo con muri tangibili, strutture portanti. Insomma, un luogo sacro: dal punto di vista artistico, si intende, però questa para-sacralità non si sottrae a un confronto con luoghi del sacro veri e propri, quelli fondati dalla tradizione, che vengono qui colti nella loro funzione di catalizzatori di una coscienza collettiva.
Sceglie quindi la chiesa di Sant’Aniello a Caponapoli, (o Sant’Agnello Maggiore) una delle chiese più antiche di Napoli, costruita dove un tempo sorgeva l’acropoli della città greca. All’interno dell’edificio, rinascimentale con una parte paleocristiana ancora visibile, sono presenti i resti di mura di epoca greca e romana. Nelle vicinanze anticamente correva un fiume, e Sant’Aniello era il protettore delle partorienti; da molto tempo abbandonata e oggetto di vandalismi, la chiesa solo di recente è stata sottoposta a restauro: ecco ulteriori stimoli, per l’artista, ad intervenire al suo interno. L’acqua, la nascita, la rinascita, l’antico e il rinnovato luogo sacro come centro propulsivo di energia. Qui un video che trasmette e amplifica nello spazio della chiesa l’immagine dell’acqua e una vasta pittografia che tematizza l’energia ininterrotta e creativa del flusso si assoceranno, nel progetto a cui sta lavorando, ad un altro significato che Masucci tiene molto a far emergere: il trascorrere del tempo inteso come forza trasformatrice, flusso energetico; il tempo storico nel quale siamo calati, ma anche il tempo cosmico che ci sovrasta, ma del quale facciamo indissolubilmente parte.